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Like no one's watching you

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Title: Like no one's watching you
Fandom: Original
Pairing: Ilya/Axell
Rating: Safe
Warning: drinking, pre-slash
Wordcount: 1141
Note: missing moment; ambientato durante White Russian
Summary: Forse era perché alla fine non era più abituato a bere molto, che Ilya era crollato così in fretta.

Era passato molto tempo dall'ultima volta che aveva bevuto così tanto, ma era stato molto tempo dall'ultima volta che si era sentito a casa; e se Ilya aveva trovato casa in un posto che era sì a pochi chilometri dal luogo in cui era nato, ma secoli nel passato, nella felice nebbia dell'alcol aveva poca importanza.

Erano stati accolti con estrema cortesia dal padrone di casa, Alekandr Nikolaevich, che aveva pazientemente ascoltato la (falsa) storia di Ilya e dei suoi compagni di viaggio, prendendo nota dei loro bisogni e delle loro esigenze con un sorriso ed uno sguardo di comprensione, nonostante la rumorosa festa che si stava svolgendo alle sue spalle.

Ilya non avrebbe saputo dire perché anche loro tre fossero stati inglobati nel pieno dei festeggiamenti, ma ricordava gli spontanei festini che ogni tanto esplodevano senza ragione alcuna non appena riuscivano a scovare una bottiglia di vodka, quando ancora lui e Svetlana vivevano ancora a Vyritsa, dove tutti erano invitati e nessuno era indesiderato. Era un periodo che nonostante le difficoltà ricordava con affetto, anche se ogni giorno era vissuto da mattina a sera, senza nessuna certezza di sopravvivere all'indomani; Ilya era contento della sua vita, ma ogni tanto pensava a quella spensieratezza affamata, a quella strana fiducia incondizionata per quelli che come loro vivevano alla giornata.

Quasi non ricordava più che effetto faceva, fidarsi di qualcuno. Aveva imparato a barare a carte perché sapeva che non ci si poteva fidare dei propri avversari, quando si giocava d'azzardo; il bicchiere di whiskey sul tavolo, quando si giocava, era più per scena che per altro. Ogni singolo neurone era concentrato nel gioco, anche quando ormai contare le carte sembrava diventato una seconda natura.

Forse era perché alla fine non era più abituato a bere molto, che Ilya era crollato così in fretta.

Dopo aver ringraziato Aleksandr Nikolaevich per la sua gentilezza (l'uomo si era rifiutato di accettare qualunque tipo di pagamento; il che era una fortuna, perché Ilya si era ricordato solo in seguito che, anche con tutta la buona volontà, non sarebbe potuto tornare indietro a pagarlo un altro giorno), era stato trascinato per un braccio da uno dei giovani che stavano festeggiando ed era stato fatto sedere al tavolo. Avevano tentato di mettere insieme una sorta di conversazione, con Ilya che faceva da traduttore tra la rumorosa combriccola e i suoi compagni di viaggio, ma dopo il terzo bicchiere di samogon il suo cervello aveva semplicemente rinunciato a fare avanti e indietro tra le due lingue, e le cose avevano cominciato a farsi piuttosto confuse.
Con la testa appoggiata al muro dietro di lui e gli occhi chiusi, il chiasso festoso intorno a lui, Ilya poteva quasi fingere di essere di nuovo nel garage disordinato che Dima chiamava casa, con Sasha, Vova e Petka che ballavano sul tavolo mentre Zhenya suonava il violino e Svetka che rideva e batteva le mani a ritmo sempre più velocemente.

"Ilya," lo chiamò una voce, riscuotendolo dal mondo di ricordi in cui stava sprofondando. Aprì gli occhi e vide la figura sfocata di Axell, i capelli rossicci quasi arancioni nella luce del caminetto. Sbattendo gli occhi un paio di volte per mettere a fuoco, vide che il resto della compagnia si era già dileguato. Si era addormentato? Non ricordava.

Axell stava dicendo qualcosa. "Chto?" mugugnò Ilya distrattamente, strofinandosi gli occhi.
"Ostan', Axell," borbottò Ilya automaticamente, mandandolo via con la mano.

Axell scosse la testa, un sorriso sulle labbra, e lo tirò in piedi prendendolo per un braccio. Ilya all'inizio cercò di puntare i piedi, ma in effetti era troppo stanco anche per fare quello. Preso dalla spossatezza, Ilya lasciò che Axell se lo tirasse più vicino e che gli strofinasse la schiena, sussurrando qualcosa di completamente incomprensibile.

Si sentiva le gambe molli, la testa pesante, lo stomaco in subbuglio, e il mondo era stranamente obliquo e troppo colorato, per cui Ilya era fin troppo felice di avere la spalla di Axell all'altezza giusta per seppellirci il viso.

Lo sentì dire qualcosa ad Evelyn, la voce profonda che riverberava nel petto premuto contro il suo, ma nella sua testa le parole continuavano a mischiarsi e sovrapporsi, e non riusciva a capire cosa dicessero. Il loro farfugliare non faceva altro che peggiorare il suo malditesta. Chiuse gli occhi e li ignorò.

---


Ilya gli si era addormentato contro la spalla mentre stava parlando ad Evelyn dell'irresponsabilità di far ubriacare un collega nel bel mezzo di una missione, e non si era svegliato nemmeno quando Axell aveva deciso che prenderlo in braccio era il modo più efficiente per portarlo fino in camera. Anzi, gli aveva istintivamente stretto le braccia intorno al collo, come cercando più contatto fisico, sicuro e fiducioso. Era probabilmente l'alcool, ma Axell aveva sentito qualcosa stringergli lo stomaco, quando aveva sentito il suo respiro calmo e regolare contro il collo.

"Non riesco ancora a crederci," borbottò Evelyn da qualche parte dietro di lui, mentre salivano lentamente le scale. "Non bevo mai sul lavoro, come diavolo è successo? Kosmov è completamente fuori combattimento, tu sei alticcio e io sono sbronza." Sbatté il palmo sul corrimano, frustrata.

Axell ridacchiò. "Il fascino della Russia?" scherzò. "Non essere così dura con te stessa, Evelyn."

Evelyn sembrava tutto meno che sbronza; aveva l'eyeliner un po' sbavato e i suoi passi non erano molto stabili, ma per il resto sembrava perfettamente lucida, nonostante avesse bevuto almeno il doppio di lui. Se Axell avesse bevuto quanto lei, a quest'ora probabilmente lo avrebbero visto correre sulle rive della Mojka nudo come un verme in mezzo alla neve.

"Non è questo il punto. Siamo nel bel mezzo di una missione, in un paese di cui non conosciamo la lingua, in un'epoca di cui non sappiamo niente. E' stato stupido e irresponsabile," ripeté lei.

"Quel che è fatto è fatto," sospirò Axell, stufo della discussione, mettendo finalmente piede sull'ultimo gradino e guardandosi intorno nel corridoio buio. "Quale ha detto che era la nostra camera?"

"L'ultima a destra," rispose Evelyn, superandolo a passo spedito e aprendo la porta. "Oh, grandioso. Non che mi aspettavo niente di meglio, ma sperare è stato bello finché è durato; c'è un letto solo," disse Evelyn con aria rassegnata, voltandosi verso Axell.

"L'importante è che ci sia," le rispose. "Questo sacco di patate comincia a essere pesante da trasportare."

La stanza era piccola, lo spazio quasi completamente occupato dal lettone nel mezzo, da un paravento decorato e una bacinella in un angolo.

"Sveglialo e fallo bere, o domani mattina saremo completamente inutili tutti e tre," borbottò Evelyn, cominciando a togliersi lo scialle e gli indumenti di lana che la moglie del proprietario gli aveva gentilmente ceduto, senza nemmeno degnare di uno sguardo il paravento. Uh.

Axell adagiò Ilya sul letto; era così rilassato e tranquillo, in un contrasto così acuto con il suo solito atteggiamento nervoso e diffidente, che Axell non ebbe cuore di svegliarlo.